I ruderi dell’attuale Badia di San Pietro in Palazzuolo risalgono al XII secolo, quindi a circa quattrocento anni dopo i primi insediamenti dei Longobardi a Monteverdi Marittimo (Mons Viridis o Monte Viride). Le prime tracce non sono numerose, tuttavia la documentazione storica supplisce in termini di qualità.
Secondo quanto riportato nel racconto della Vita Walfredi, intorno al quarto anno del regno di Astolfo (fra il luglio 752 e il luglio 753), Walfredo, cittadino pisano e figlio di Ratcauso, uomo “molto cristiano e timorato di Dio”, desiderava insieme con sua moglie ritirarsi dal mondo per dedicarsi interamente a Dio. Scelse quindi la vita monastica, insieme al cognato Gundualdo, originario di Lucca, e al vescovo Forte, proveniente dalla Corsica. Si stabilirono inizialmente nella località Palazzuolo (Palatiolum), nei pressi di Monteverdi, a circa 60 miglia da Pisa, luogo che peraltro era fra le proprietà di Walfredo. Oltre all’isolamento necessario per la vita monastica, ai terreni per la coltivazione e al bosco per l’approvvigionamento di legname, il luogo garantiva anche la presenza di una fonte d’acqua abbondante. In quel sito, Walfredo e i suoi compagni costruirono una chiesa dedicata a San Pietro e iniziarono a costruire un grande monastero.
L’abbazia e la “cartula dotis” del luglio 754
Il monastero di San Pietro di Monteverdi venne dunque fondato in epoca longobarda, presumibilmente su una preesistente villa romana, e dotato di possessi, tramite una “carta delle dotazioni” nel luglio 754 da Walfredo (che ne divenne primo abate).
Sicuramente Walfredo appartenne a una famiglia facoltosa, considerando il vasto patrimonio che possedeva e che donò al monastero. Questo personaggio, come voleva una tradizione settecentesca di origine erudita, è stato identificato con il capostipite dei conti Della Gherardesca ed è stato ritenuto imparentato con la famiglia reale longobarda, anche se storicamente permangono forti dubbi su queste eventuali parentele.
La Vita Walfredi
La Vita Walfredi è un documento agiografico di notevole importanza per conoscere le vicende della fondazione del monastero di S. Pietro in Palazzuolo di Monteverdi e i suoi sviluppi nei decenni immediatamente successivi. Il testo si articola in quindici capitoli, di cui gli ultimi sei trattano dei miracoli post mortem di S. Walfredo; segue poi una continuatio, in cui si trova la descrizione dell’invasione e della sconfitta dei “Mori” approdati nel porto di Populonia decisi a depredare la costa e i suoi dintorni. Dagli Annales regni Francorum sappiamo che Populonia fu totalmente distrutta nell’anno 809 da pirati greci o mori.
La notizia di tale invasione è un elemento prezioso per la datazione della Vita Walfredi, un documento unico nel panorama delle agiografie. Fu scritta da Andrea, terzo abate del monastero e nipote di Walfredo, entrato in convento con lo zio e testimone diretto delle vicende narrate. Della Vita Walfredi esistono due stesure, redatte in epoche diverse. La prima stesura finiva al capitolo XV, dopo i miracoli post mortem di Walfredo; fu scritta probabilmente tra la fine del secolo VIII e l’inizio del IX: in tempi, quindi, non lontani dagli avvenimenti narrati: l’agiografia di un santo longobardo scritta da un longobardo coevo!
I libri delle confraternite benedettine
Il Codex Augiersis prende il nome da Reichenau, su un’isoletta del lago di Costanza, che in latino si chiamava Augia. Fu redatto nella sua prima parte da vari autori nell’824. Alla carta 3 di questo codice si trova un elenco di 56 monasteri benedettini sparsi in tutta Europa, fra cui compare al numero 49 il “monasterium Mons Viridis”. Successivamente, alle carte 79 e 80 del codice, troviamo un elenco di 297 nomi, molti di origine longobarda, di monaci del cenobio “quod Mons Viridis appellatur”. La rete delle abbazie utilizzava questi elenchi per pregare per le anime dei confratelli viventi o defunti dei monasteri collegati e rappresentava un sistema di interscambio culturale, scientifico e religioso. Prima del 774, anno della fine del regno longobardo (che non rappresenta certo la sparizione della popolazione e della cultura longobarda), il monastero di Monteverdi è citato in due documenti, e da tre nel periodo successivo fino all’807.
Walfredo, il Santo longobardo
Il culto di San Walfredo, sostenuto dall’interesse del casato dei Della Gherardesca, ha avuto una forte spinta a partire dalla seconda metà dell’800, lasciando numerose tracce – busti, affreschi, vetrate, stampe e statue – a Monteverdi, Castagneto, Donoratico e Pisa, mentre la leggenda vuole che la statua lignea ora nel santuario della Madonna del Frassine fosse in origine custodita nella chiesa del convento di San Pietro di Monteverdi.
Fino ad oggi sant’Anselmo di Nonantola – Nonantola fu una delle tre abbazie italiane, assieme a Monteverdi e Leno, della rete di preghiera dei Libri Confraternitatum – è stato considerato “l’unico santo longobardo di cui ci siano pervenute notizie certe”. In realtà anche Walfredo è stato riconosciuto Santo dalla Chiesa e ricordato in vari martirologi.
I possedimenti di Walfredo
Walfredo dotò il monastero di Monteverdi di un cospicuo ed esteso patrimonio fondiario, che ne fece uno dei cenobi più ricchi della Toscana medievale. I beni erano distribuiti nei territori di Populonia, Volterra, Pisa, Lucca e in Corsica. Questa imponente operazione rese il monastero di Palazzuolo, e il nascente paese di Monteverdi, il centro di una fitta rete di contatti economici. Il monastero era infatti, prima di tutto, un centro di potere, determinante per l’economia del territorio e per lo sviluppo delle aristocrazie locali e rappresentava un punto di attrazione per gli appartenenti a ceti sociali agiati: di fatto la comunità monastica faceva parte di una élite longobarda. Attraverso il monastero fu aperta la strada ad ogni tipo di scambio, in campo culturale, linguistico, liturgico, musicale, artistico, agronomico ed economico: un’eredità importante per l’associazione Terre di Walfredo!
Bibliografia essenziale
Karl Schmid, Vita Walfredi und Kloster Monteverdi (Toskanisches Mònchtum zwischen langobardischer und frànkischer Herrschaft), Tübingen, 1991.
Giovanna Bianchi e Giuseppe Fichera, Il monastero altomedievale di San Pietro in Palazzuolo: primi risultati delle indagini archeologiche. Notiziario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana 2/2006, Firenze, 2007.
Alessandro Colletti e Francesco Alunno, La Badia di Monteverdi. La storia, gli scavi del 1781, la ricerca delle spoglie di San Walfredo, Piombino, 2010.
Alessandro Colletti, Monteverdi e Canneto, storie di confine, Wroclaw, 2022.
Giulio Ciampoltrini, Epigrafia di Populonia romana, in Rassegna di Archeologia n. 12, Firenze, 1995.